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Marco Simeone
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Sardegna

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Inserito il - 23/03/2006 :  21:31:55  Mostra Profilo
TOURING CLUB numero FEBBRAIO 2006
Un angolo di Liguria a poche miglia dalla costa sarda. Qui si insediò nel Settecento una comunità di Pegli. Qui ogni anno si pesca il tonno rosso, re della gastronomia locale

Le mani sono grandi. Nodose e percorse da ragnatele di rughe paiono accarezzare affettuosamente l’intricata massa rossastra della grande rete, muovendosi lente ma sicure fra le sue maglie mentre Luigi ricuce gli strappi lasciati dall’ira della natura. Seduto sulle panchine del lungomare, il vecchio pescatore dell’isola di San Pietro rinnova con attenzione e tenacia i gesti umili e sacri che da sempre legano l’uomo al mare. La fatica della pesca, di un mestiere nobile e antico, ha arricchito di profondi solchi un volto fatto di occhi scuri e caparbi. Luigi è sardo, ma il suo cuore è ligure, come ligure è il temperamento di quest’isola di soli 51 chilometri quadrati dalla quale si intravede la costa sarda.

La Sardegna è lì, sembra di toccarla, ma i suoni sono quelli liguri, come i colori pastello delle case, i carruggi stretti, il profumo di focaccia o di farinata. Eppure il mare qui sa ancora di mare e le onde e il vento sono quelli sardi, forti e aspri. Sardi sono i mozziconi di nuraghi, la luce implacabile che taglia piani e volumi, il sole che spacca le pietre, i sentori di mirto e i muretti a secco che separano casolari, uomini e pecore. Sardi o liguri, sardi e liguri? Probabilmente i sampietrini sono stufi delle etichette loro appiccicate. Eppure ci marciano: per il turismo, che in estate fa salire il numero degli abitanti da settemila a quasi 50mila, questo è grasso che cola. Approfittano e giocano volentieri con questa ambivalenza, ma più semplicemente appartengono solo a se stessi e alla propria storia. Tutta colpa, o merito, dei bey di Tunisi, che vessavano, e successivamente resero schiavi, i quasi duemila discendenti di una piccola comunità pegliese. Un gruppo di pescatori che nel Cinquecento i Lomellini, signori di Pegli, trapiantarono sulla brulla isola di Tabarka, a poca distanza dalle coste tunisine, per sfruttare i ricchi banchi di corallo. Furono questi tabarkini i primi, nel 1738, a colonizzare San Pietro, data loro in concessione da Carlo Emanuele III, re di Sardegna, che desiderava togliere ai corsari che vi trovavano rifugio il loro punto d’appoggio favorito, e al tempo stesso creare un nuovo porto che favorisse i commerci. Fu individuata la zona più idonea e furono gettate le fondamenta dell’abitato.

I nuovi, intraprendenti abitanti, oltre al corallo cominciarono a pescare i tonni, a terrazzare i pendii, a sfruttare gli stagni come saline.
Attualmente i resti della cinta muraria e del castello, trasformato in museo civico, racchiudono un ordinato reticolo di casette azzurre, gialle e rosa, ricamate di stucchi, archi, verande a mensola e stradine che si aggrappano alla collina. Piccole chiese come l’oratorio barocco della Madonna dello Schiavo, con la statua della Vergine (polena in legno di tiglio nero di una nave, ritrovata dallo schiavo Nicola Moretto su una spiaggia tunisina) ornata da una collana di corallo fra una profusione di candidi stucchi. E ancora la parrocchiale di San Carlo Borromeo, posta scenograficamente al termine di un viale perennemente affollato di gente e di tavolini. Il tutto ad abbracciare la solida casa del proletariato, in pietra a vista, simbolo della Carloforte socialista, ultimata nel 1922 quale sede delle cooperative dei Battellieri, dei Pescatori e dei Contadini, oltre che cooperativa essa stessa, con un bel teatro dedicato al medico socialista cuneese Giuseppe Cavallera.

A chiudere il tutto, l’arioso lungomare, punteggiato di palme, ficus e oleandri, e piazza Carlo Emanuele III, dominata dalla candida statua marmorea del sovrano sabaudo alla cui generosità si deve la nascita di Carloforte, altrettanto poco generosamente monca del braccio destro.
Curiosa la sua storia. Il monumento, eretto nel 1786, rimase danneggiato durante l’occupazione francese del 1793. Pare che, all’arrivo nella rada delle navi nemiche, gli abitanti cercassero di salvare la statua che avevano pagato di tasca propria, autotassandosi. La soluzione più rapida fu quella di seppellirla. Scavarono una buca, ma ne sbagliarono le dimensioni: un braccio rimaneva fuori. I francesi stavano per sbarcare, non c’era più tempo. Un colpo di mazza e il problema fu risolto. Quella dedicata a Carlo il Forte è una vera piazza salotto, attraverso la quale inesorabilmente sono costretti a fare passerella tutti i nuovi arrivati che scendono dai traghetti che collegano San Pietro alla costa sudoccidentale sarda e che attraccano nel porto che pare incunearsi nella piazza stessa. Un porto forse un po’ prevaricante, retaggio di quando Carloforte era il secondo attracco sardo per importanza. Da qui partivano sale, vino da taglio e tonno conservato. Da qui prendevano il largo i minerali provenienti delle miniere di Montevecchio e di Ingurtosu.

Come già detto, San Pietro è un’isola bifronte: il contesto è sardo, le tradizioni, la cultura e la lingua, liguri. Come la cucina che, accanto al pesto e al tonno, re indiscusso della gastronomia locale, nella predilezione per il cuscus, qui chiamato cascà, non dimentica però anche la parentesi tunisina. A questo vivace miscuglio di usanze, temperamenti e tradizioni corrisponde una vivacità orografica che si manifesta in un profilo mosso fatto di colline, chiamate bricchi, e in un perimetro frastagliato e, sulla costa occidentale, profondamente inciso da falesie alte fino a 130 metri. E ancora alte scogliere di basalto, piccole spiagge come la Caletta, baie come cala Mezzaluna, un tempo popolata dalle foche monache.

Tra i punti più suggestivi la Bobba (dal nome della minestra con le fave fatta dai pescatori che vi si rifugiavano), con le gigantesche Colonne della punta omonima, solenni superstiti di una colata lavica rosicchiata dagli elementi.

San Pietro, isola di mare, un’isola di terra. Case coloniche bianche dal tetto a spiovente, chiamate baracche, vigneti, boschi, macchia mediterranea, una grande salina popolata di fenicotteri, e vaste distese collinari, mentre capo Sandalo, dominato dal faro costruito nel 1864, ospita un’oasi Lipu di 236 ettari. Una riserva lunga sei chilometri di costa per gli uccelli migratori che ogni anno tornano qui per riprodursi: gabbiani corsi, poiane, gheppi e, soprattutto, il raro falco pellegrino e il falco della regina, che arriva dal Madagascar. Nessuna tutela invece per quello che ha dato da vivere all’isola, il tonno rosso, cui fra maggio e giugno Carloforte dedica Girotonno: cene, laboratori del gusto, spettacoli e una gara internazionale fra chef. A La Punta si trovano ancora le basse costruzioni di due tonnare, ora museo del mare, di fronte alle quali si apre l’isola Piana dove, insieme a Portoscuso, vengono lavorati i tonni. Quando iniziava la stagione della pesca ogni altra attività veniva sospesa. La ciurma di 70-90 tonnaroti, al comando del rais, era pronta a calare la tonnara, la complessa sequenza di reti comunicanti (camere) in filo di cocco (ora sintetiche). La tonnara non è uno spettacolo folcloristico, eppure lo sta diventando: a volte la mattanza di 20 tonni si svolge davanti a 150 turisti.

La pesca al pregiato tonno rosso inizia ai primi di maggio e si conclude alla fine di giugno. Quando un numero sufficiente di tonni è entrato nella camera della morte, l’ultima, le barche, chiamate bastarde, formano un quadrato e cominciano ad alzare le reti e a uncinare i pesci. Inizia la mattanza. Festa, mito, tradizione, spettacolo orrendo e affascinante, brutale ed eroico eppure esaltante ed esaltato quasi fosse un rito sacrificale. Sette sono le camere della tonnare, come sette i Pater noster recitati dai tonnaroti. Tre o quattro ore di impaziente attesa, di adrenalina trattenuta, di gesti lenti e di parole quasi sussurate, di agitazione crescente a mano a mano che i tonni entrano in una serie successiva di camere, richiuse al loro passaggio. E poi, d’improvviso, tutto si compie. La crudeltà della vita e quella della morte in una manciata di minuti: una mischia feroce fra pesci che si dibattono e uomini che gridano. Mentre il sangue fa impallidire il tramonto.



Tradizioni: il rito della mattanza
Grazie a una produzione annuale di circa 100mila tonnellate, l’Italia è al terzo posto nel mondo per la lavorazione del tonno. A causa del crollo del mercato giapponese, che assorbe circa il 90% del pescato, grazie a un consumo pro capite di 80 kg all’anno (contro i due kg italiani), le 125 tonnare italiane sono oggi chiuse, a esclusione delle due dell’isola di San Pietro, mentre la Sicilia vanta quelle di Bonagia e di Favignana. Di recente le tonnare fisse, come quella di Carloforte, sono state sostituite da quelle volanti. I giapponesi seguono infatti i branchi con flotte di pescherecci, arrivando perfino a ingabbiare i pesci, per ingrassarli. Oltre alla quantità, a causa della caccia indiscriminata di cui sono accusati i nipponici, fanatici di sushi di ventresca, anche il peso dei pesci è calato. Dai 200 kg medi per esemplare di quattro anni fa si è passati a 45 kg, non risparmiando neanche i tonni prepuberi, con un peso da 3 ai 7 kg. Attualmente la maggior parte del tonno è pescato con un sistema a palamiti e lenze, il 20% con tonnare volanti e solo 1% con quelle tradizionali. Alcune regioni, come quella Siciliana, hanno stanziato incentivi per aiutare il settore, identificandolo come bene culturale.





Info
Arrivare
Da Cagliari statale 130 fino alla deviazione per Villamassargia, seguire poi per Portovesme, da cui ci si può imbarcare sui traghetti Saremar (corse ogni ora), collegamenti anche da Calasetta, tel. 0781.854005.

Dormire
California***, via Cavallera 15, Carloforte, tel. 0781.854470. A conduzione familiare. Doppia da 50 ..
Hieracon***, corso Cavour 63, Carloforte, Tel. 0781.854028. Villa liberty con giardino interno e ristorante. Possibilità di miniappartamenti. Doppia da 76 ., con colazione.
La Valle***, località Le Commende, tel. 0781.857001, www.hotellavalle. com. Semplice, con piscina, a pochi chilometri dalla città. Doppia da 60 . a persona in camera doppia con prima colazione.

Mangiare
Da Nicolò, corso Cavour 32, Carloforte, tel. 0781.854048. Fra le specialità, trofie con sugo di cernia e zafferano. Ai fornelli, l’eccellente Luigi Pomata, dei Jeunes Restaurateurs d’Europe. Da 40 . a persona. Dau Bobba, località Segni, tel. 0781.854037. Cucina casalinga e cuscus alle verdure. Da 40 . a persona. Sconto 10% soci Tci. Da Vittorio, via dei Battellieri 11, Carloforte, tel. 0781. 855200. Pesce e squisita zuppa alla carlofortina. Da 40 . a persona. Tonno di corsa, via Marconi 47, Carloforte, tel. 0871.855106. Ottimo il brasato di tonno. Da 35 . a persona.

Comprare
Cooperativa dei pescatori, via XX Settembre 27 o corso Battellieri 3. Tonno e bottarga. Pasticceria Cimmino, via Napoli 9. Canestrelli e l’immancabile pasta di mandorle.
Panificio Stagnin, via Segni 72. Da assaggiare la squisita fugassa (focaccia).

Da acquistare: gioielli sardi in filigrana o in corallo, tappeti, ceramica e cesti sardi.

Altre info
Pro loco, corso Tagliafico 2, tel. 0781. 854009. Siti web: www.carloforte.net; www.isoladisanpietro.org.




Modificato da - Marco Simeone in Data 23/03/2006 21:42:44

Marco Simeone
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Inserito il - 23/03/2006 :  21:40:18  Mostra Profilo
MARE BLU Articolo di AnnaMaria "Lilla" Mariotti
Io ho anche un altro grande amore, l'Isola di San Pietro e la sua città Carloforte. L'isola è circondata da un mare splendido, un insieme di spiagge di sabbia bianca e scogli, dove è possibile nuotare, fare snorkeling per curiosare il fondo marino, pieno di pesci, polpi, conchiglie, ricci. Qui parlano ancora un genovese arcaico, che gli abitanti chiamano "tabarkino" e poi c'è la storica tonnara e il faro di Capo Sandalo, maestoso e romantico sulla cima di un'alta roccia. In cielo volano i falchi della regina, così chiamati da Eleonora d'Arborea, ormai molto rari, che che in quest'isola ancora nidificano. Gli abitanti sono di una cordialità unica, ospitali, gentili, sempre pronti a fare con voi una bella chiaccherata. Sono di una razza forte, antica, derivano da quegli abitanti di Pegli che anticamente erano andati a Tabarka, in Africa, a pescare corallo e che, dopo molte vicissitudini e avere provato anche la schiavitù, sono finalmente approdati all'Isola di San Pietro dove, dal 1738, sono diventati liberi di costruirsi il loro futuro. Sono una stirpe di uomini di mare e tali sono rimasti.

CARLOFORTE E LA SUA TONNARA

L’isola di San Pietro, conosciuta semplicemente anche come CARLOFORTE dal nome della sua unica città, l’isola verde, l’isola degli sparvieri, 52 Kmq di superficie, 18 miglia marine di coste, latitudine 39° 9’ Nord, longitudine 8° 16’ Est, 7000 abitanti che durante l’estate raggiungono punte di 40.000/50.000 persone, situata nel Mediterraneo meridionale, lungo la costa Sud Occidentale della Sardegna. Una piccola isola, un mondo magico, che ha una storia antica. Lì ci sono stati i Fenici prima ed i Cartaginesi poi, ma prima ancora deve esserci stato qualche insediamento in età preistorica perchè recentemente sono stati ritrovati dei nuraghi. Fu colonizzata nel 1738 da un gruppo di pescatori di corallo originari di Pegli, in provincia di Genova, che intorno al 1500 si erano trasferiti nella minuscola isola di Tabarka, sulle coste Tunisine, allora data in concessione alla Famiglia Lomellini di Genova, per raccogliere il prezioso oro rosso in fondo al mare. Tabarka, un minuscolo scoglio, incoltivabile, dove la piccola comunità originale cresceva e si trovava a vivere stipata in baracche, conducendo una vita al limite del possibile, sempre all’erta su quella frontiera rovente che divideva due religioni, due mondi, e, sopratutto, con il continuo pericolo di incursioni barbaresche. Tutto questo durò due secoli di fatiche per strappare al mare il corallo e per sopravvivere, finchè furono abbandonati al loro destino dalla grande famiglia Genovese. Fu così che divennero schiavi del Bey di Tunisi e le loro condizioni si fecero anche peggiori. Il Re Carlo Emanuele III di Savoia, dopo lunghissime trattative, riuscì a liberarli e destinò loro l’isola di San Pietro, allora deserta, perchè potessero colonizzarla e creare una comunità libera. Su questo fatto fiorirono anche delle leggende : si narra che una ragazza che faceva parte del gruppo ed aveva attirato l’attenzione del Bey abbia accettato di sposarlo e di rimanere in Tunisia a patto che gli schiavi venissero liberati, e si dice che il Bey, colpito dalla sua bellezza, l’abbia accontentata
Fu il vecchio patriarca della comunità di Tabarka, Agostino Tagliafico a condurre le trattative finali ed a recarsi sull’isola per un sopralluogo e fu lo stesso Tagliafico che ricorse ad un escamotage per portare il maggior numero possibile di persone a San Pietro. Era stato deciso che sull’isola potevano recarsi solo centoquaranta persone, ma il patriarca, con saggezza tutta ligure, finse di non capire e intese che vi si sarebbero trasferita centoquaranta famiglie e così avvenne. I Tabarchini si trasferirono a San Pietro nel Febbraio del 1738 e nel giro di due anni avevano già costruito la città, la fortezza, le mura ed avevano già iniziato a coltivare la terra ed a pescare. Ed è questa la forza che tuttora li tiene uniti, dopo 500 anni, e ne fa un popolo speciale, unico.
Noiose notizie storiche ? No, ho voluto raccontare la storia della colonizzazione di Carloforte per capire meglio questa gente che è aggregata da ben 500 anni, che è diventata un popolo, che ha trasformato in una lingua locale l’arcaico dialetto parlato dai loro antenati, perchè a Carloforte non si parla Genovese, ma Tabarchino e tutti lo parlano dagli anziani ai bambini. Dovunque in Italia si fanno tentativi e nascono iniziative per mantenere le tradizioni e non far morire i dialetti ; qui a Carloforte abbiamo sotto gli occhi un esempio di come la tradizione, alle volte, sia più forte del passare del tempo.
Ogni volta che vado all’isola io me ne sto sul ponte, mentre il traghetto entra lentamente in porto tra la diga di maestrale e la diga di scirocco, a gustarmi l’arrivo a Carloforte, l’avvicinarsi del paese con le sue case basse a colori pastello, un miscuglio di africano e di ligure, i ficus beniaminus giganti e le palme del lungomare, l’mponente costruzione celeste dell’Istituto Nautico dove studiano quasi tutti i ragazzi del posto, e la statua di Carlo Emanuele III proprio davanti all’attracco, un vecchio amico che rivedo sempre con piacere. Statua originale o vecchio reperto romano su cui è stata attaccata una testa del ‘700 ? Anche questa è una leggenda locale a cui non si sa se dar credito o no.
Quello che provo quando finalmente scendo dal traghetto è difficile da descrivere. Dopo un viaggio durato almeno 14 ore fra traghetti dal continente e traversata della Sardegna ho raggiunto il mio Eldorado, la terra che tengo dentro al mio cuore, la mia patria segreta. Sento un’ondata di gioia che mi sale dall’interno, arriva fino alla gola, agli occhi che si riempono di lacrime, una gioia così intensa che fa quasi male, eppure liberatoria. So che ora potrò godermi l’isola in lungo e in largo, parlare con la sua gente, salire al faro, annusare la sua aria profumata di mirto e rosmarino, tuffarmi nelle sua acque cristalline, girare per le sua viuzze, e so che, grazie al mio dialetto ligure, potrò mescolarmi alla popolazione, per cercare di non sentirmi un’ estranea turista di passaggio.
Ho sempre qualche progetto quando vado a Carloforte, oltre a quello di nuotare, nuotare, nuotare. Quest’anno il mio progetto era quello di saperne di più sulla sua tonnara, ma quando mi sono presentata allo stabilimento per la lavorazione del tonno, armata di macchina fotografica e con l’aiuto di un carissimo amico del posto che mi ha presentato con tutte le mia credenziali, un cortese, ma inflessibile guardiano mi ha impedito l’ingresso. La proprietà non gradisce i curiosi. Non mi sono lasciata intimidire e, dopo avere fatto qualche foto all’esterno, sono andata a cercare le mie informazioni altrove. E le ho trovate, tra la gente del posto e nel piccolo, bellissimo Museo che la città ha dedicato alla “sua” tonnara.
Prima di tutto non si parla della tonnara di Carloforte, ma delle tonnare di Portopaglia, Portoscuso e Isola Piana, perchè nella storia Carlofortina queste tonnare sono sempre state in qualche modo accumunate. La pesca del tonno con le reti in Sardegna e altrove ha origini antichissime, pare sia già stata praticata dai Fenici, dai Romani e anche dagli Arabi ; sicuramente gli Spagnoli diedero grande impulso allo sfruttamento dei banchi di tonno che transitavano numerosi lungo le coste occidentali sarde. Anche il termine “mattanza” ha una chiara origine spagnola, “matar” significa uccidere e la “mattanza” è la fase finale della pesca con la tonnara, l’annientamento completo di tutti i tonni finiti nella rete. Tutte e tre le tonnare Sulcitane risultano in attività da tempi antichi : Portopaglia nel 1420, Portoscuso nel 1594 e Isola Piana nel 1698. Noi parleremo di una sola di queste tonnare, quella dell’Isola Piana o, meglio, di Carloforte, perchè sono la stessa cosa. L’Isola Piana non esiste più come stabilimento per la lavorazione del tonno, da molto tempo è ormai trasformata in un piacevole villaggio vacanze, bello ed esclusivo, e i suoi stabilimenti si sono trasferiti sull’Isola di San Pietro, in una località chiamata “La Punta”, gomito a gomito con lo stabilimento di Carloforte. Le reti vengono calate lungo la costa settentrionale dell’isola, in una zona ben precisa tra le “Tacche Bianche” e la “Punta delle Oche”. Ha una superficie totale di 1550 m. ; solo il pedale è lungo 1050 m., e il resto della rete, con le sue sei stanze, ha una superficie di 500 m. Non si vede quasi niente in superficie, tutto è nascosto sott’acqua, come una città sommersa. Il tonno rosso (Thunnus thynnus), pesce pelagico che vive solitamente nei mari freddi del nord Atlantico e può pesare fino a 400 Kg., in primavera inizia un viaggio d’amore verso acque più calde ed entra nel Mediterrano dallo Stretto di Gibilterra per riprodursi. E’ uno strano animale il tonno, segue la costa, dove l’ acqua è poco profonda e dove la femmina deporrà le uova, e nuota guardando solo e sempre dal lato sinistro, come se ci vedesse da un occhio solo, così i pescatori tendono una rete che va dalla riva verso il largo e che si chiama “pedale” o “coda”, a seconda delle località e che sbarra il passo a questo corridore dei mari, che vira e la segue, credendola la costa, ed entra così nella prima stanza della tonnara, la “Camera di levante” da dove passa, attraverso una serie di porte fatte di maglia di cocco, nella “grande” e da lì in un’altra camera, il “bordonaro” e poi un’altra ancora, il “bastardo”, poi un’ultima stanza, la “camera di ponente” per finire infine nella “camera della morte” da dove non ha via d’uscita. Periodicamente questa camera viene sollevata dal tonnarotti che si trovano sui “vascelli” e, guidati dal “Rais”, danno inizio alla “mattanza” tirando prima il sacco tra un quadrato di barche e poi, quando il sacco è sollevato, uncinando i tonni uno per uno e tirandoli a bordo. Sembra una cosa crudele, e forse lo è, ma in quel momento i pescatori stanno compiendo gesti secolari, accompagnati da canti antichi e grida di esortazione, perché la pesca del tonno è benessere per tutti, se si pescano tanti tonni l’inverno sarà buono, ci sarà legna per scaldarsi e buon pane fresco da mangiare e anche, perché no, del buon vino da bere. La stagione di pesca dura poco, le reti si calano a Maggio e restano in mare circa 45 giorni. Poi ne deriva un gran lavoro per tutti : le reti da riparare o da rifare, il pesce da salare e da inscatolare, le uova della femmina da lavorare per ricavarne la squisita bottarga e tutto questo tiene occupata una buona parte della popolazione per il resto dell’anno. Ora le cose sono molto cambiate, i tonni non vengono più pescati come in passato. “Ne passano molto meno”, dicono i pescatori “il tonno ha cambiato rotta”. Ultimamente è stata di nuovo calata, dopo molto tempo, la tonnara di Porto Paglia e si dice che sia a causa di questo impianto se il tonno devia dalla zona di Carloforte. Ma come può essere cambiato il codice genetico di questo pesce fiero e possente, a cui l’istinto dice di scendere verso Sud in primavera e di nuotare verso Ponente fin dalla notte dei tempi ? Non è il tonno che è cambiato, ma l’uomo. Un’ inquinamento delle acque prospicienti Carloforte ha impedito di calare le reti della tonnara per diversi anni e, una volta superato questo problema, ne è nato un altro. Grosso pescherecci oceanici fanno la caccia al tonno nel Mediterraneo, addirittura lo aspettano prima che entri dallo Stretto di Gibilterra. Hanno strumenti sofisticati e, spesso, anche l’ausilio di elicotteri, così quando avvistano un banco di tonni, calano in mare delle camere della morte volanti, direttamente sul pesce, facendo sempre un buon bottino. Il pesce viene poi lavorato in un primo tempo a bordo e preparato per essere portato alle industrie per l’inscatolamento o spedito direttamente in Giappone. Una cosa molto triste che capita con questo tipo di pesca è che alle volte, insieme ai tonni, vengono catturati anche dei delfini. Certe industrie conserviere americane scrivono sulle loro scatolette che il contenuto è solo carne di tonno e non di delfino ; questa voce si è sparsa e molta gente ha delle remore a consumare il prelibato pesce in scatola. Nella tonnara tradizionale questo è difficile che succeda. Ora i Rais sono coadiuvati dai sommozzatori che periodicamente ispezionano le reti e se qualche delfino finisce insieme ai tonni, lo liberano. La tonnara di Carloforte continua il suo lavoro, sia pure tra i “mugugni”, e nel 2001 ha pescato 4.000 tonni.
Il mio ultimo incontro con la tonnara l’ho avuto nel piccolo grande Museo di Carloforte, allestito nel più antico edificio della città e pieno di attrezzi, modellini e vecchie scatole di tonno, inscatolate sia a Carloforte che nelle vicine tonnare, che danno un chiarissimo esempio di quanto i Carlofortini amino questo tipo di pesca. Lì un plastico mostra come il tonno veniva lavorato a Porto Paglia, ho visto i terribili uncini usati per issare il tonno a bordo durante la “mattanza”, i tipi di corde utilizzate per allestire la grande rete e le macchine usate per fabbricarle. In mezzo ad una sala ho trovato il modello della tonnara, questo grande palazzo fatto di reti, ancore e galleggianti. Dedalo non avrebbe potuto costruire labirinto migliore per far perdere la rotta ai tonni e permettere all’uomo di catturarli.
Al Museo ho anche imparato la preghiera che i tonnarotti, in piedi e a capo scoperto, guidati dal Rais, recitavano all’alba del giorno destinato alla “mattanza”. Voglio riportarla qui di seguito per concludere la mia incursione nella tonnara di Carloforte. Iniziavano con una “Ave Maria” indirizzata alla Madonna e un “Credo” dedicato allo Spirito Santo. Alla fine recitavano sette “Pater Nostro” con queste invocazioni :

S.Antoniu, Cu ne desbarasse u camin e cu n’asciste in te nostre operasuin

(S. Antonio, che ci liberi il cammino e che ci assista nelle nostre operazioni)

S. Giorgiu, Cu ne libere dai pesci cattii

(S. Giorgio, che ci liberi dai pesci cattivi)

S. Gaitan, Cu ne mande da Pruvvidensa

(S. Gaetano, che ci mandi della Provvidenza)

e a questa invocazione i tonnarotti rispondevano “ o nu che u l’ha i pigoeggi” (no, che ha i pidocchi). Questa risposta era un riferimento a qualche personaggio locale, ma sopratutto aveva un valore scaramantico.

Le invocazioni terminavano con :
S. Pe’, Cu ne mande na bugna pesca

(S. Pietro, che ci mandi una buona pesca)

e con altri due Pater Nostro per i defunti e per i Santi Protettori.
Finita la preghiera il Rais pronunciava il rituale : “In nome de Diu, molla” , il segnale per l’apertura delle porte che lasciavano entrare il tonno nella camera della morte. Solo alla fine di tutto questo cerimoniale il Rais dava con voce possente ai suoi tonnarotti il comando tanto atteso : “LEVA” . A questo segnale i tonnarotti si scatenavano e in un tripudio di urla, canti e grida di incitamento iniziavano a sollevare la grande rete a forza di braccia finchè, in un ribollire di schiuma, pinne e code che sbattevano si concludeva l’eterna sfida tra l’uomo e la sua preda.

Modificato da - Marco Simeone in data 23/03/2006 21:42:07
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Camogli fa il «girotonno» con Carloforte

 
Tutta una giornata all’insegna del gemellaggio e delle specialità gastronomiche
 
Camogli sta già pregustando il succulento appuntamento del prossimo fine settimana con la cinquantacinquesima edizione della Sagra del pesce. Aspettando il padellone con la sua quantità esagerata di olio bollente e i quintali di aggiughe pronte a farsi friggere, Camogli già oggi vive una manifestazione turistico gastronomica con il Comune di Carloforte, gemellato con la cittadina ligure.
Carloforte è l'unico centro abitato dell'isola di San Pietro, in Sardegna. Fu fondata, durante il regno di Carlo Emanuele III, da una colonia di pescatori liguri provenienti da Tabarka, un'isola al largo della Tunisia. L'origine ligure dei suoi abitanti la si può riscontrare nel dialetto, nelle tradizioni, nei costumi, nell'urbanistica del paese, come si può notare visitando il suo centro storico.
«Girotonno. Dove i tonni corrono e i sardi parlano genovese» è il titolo della manifestazione che si richiama all'antica tradizione delle tonnare radicata nei due centri marinari e che prevede, per questa mattina, l'apertura di stands gastronomici dove sarà possibile degustare le specialità culinarie e i vini tipici delle due regioni.
La manifestazione sarà inoltre accompagnata dall'esibizione dei gruppi folcloristici sardi e coinvolgerà un gruppo di studenti carlofortini le cui foto relative alla città di Carloforte saranno esposte nelle principali strade di Camogli. Il programma nel dettaglio prevede alle 10.30 una conferenza culturale sulla tradizione delle tonnare nelle due città marinar; alle 11 un intervento dell'Associazione Italiana Sommeliers con degustazione guidata, seguita da un aperitivo con vino bianco ligure e sardo, tartine al tonno e bruschette del marinaio; dalle 12,30 alle 14,30: “Assaggio di mare”: trenette al pesto, tonno alla carlofortina, dolci tipici, vino bianco ligure e sardo; dalle 18 alle 22.30: esibizione gruppi folcloristici sardi.
Saranno presenti le autorità cittadine dei due Comuni e la rappresentanza della Provincia di Genova, oltre ad un notevole seguito di carlofortini che da sempre sentono forte il legame con la terra ligure ravvivato dal rapporto culturale e turistico con Camogli.
Per Informazioni: Pro loco Camogli Tel. 0185-77.10.66, www.sagradelpesce.it 
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CAMOGLI E CARLOFORTE, CITTA' GEMELLATE

di Annamaria "Lilla Mariotti

L’arrivo a Carloforte in traghetto è sempre un’esperienza gioiosa, la città che si avvicina a braccia aperte, il traghetto che ruota su se stesso in un valzer vorticoso per raggiungere l’attracco, tutto questo va vissuto sul ponte, affacciati fino all’ultimo momento per rivedere le case colorate, i ficus e le palme sul lungomare, la statua di Carlo Emanuele III e per riempirsi gli occhi prima ancora di scendere, ma non quest’anno. Al mio arrivo a Carloforte, il 10 Marzo 2005, il cielo plumbeo e l’aria gelida consigliavano di restare al coperto e di scendere in fretta alla macchina, chiedendosi cosa fosse successo alla radiosa città, che pure avevo già visto anche d’inverno. Dopo qualche giorno alcuni anziani mi hanno detto che, a memoria d’uomo, nessuno ricordava a Carloforte un inverno così rigido che aveva persino portato la neve. Beh, mi era toccata anche questa esperienza.

Il mio programma era quello di prendermi una vacanza dopo aver terminato un libro sui fari, un lavoro che mi aveva tenuta impegnata per tutto l’inverno, ma dopo il recente gemellaggio tra le nostre città, formalizzato nel Novembre del 2004, le Amministrazioni Comunali hanno pensato che avrei potuto approfittare della mia permanenza “into u pàise” per fare una conferenza sulla tonnara di Camogli, che si sarebbe tenuta sabato 12 alle ore 18 presso l’Oratorio M. Ghiga. Mi sono preparata all’evento con il mio entusiasmo di sempre, ma l’entusiasmo dei Carlofortini è stato più grande del mio e mi ha sopraffatta. Nello stesso pomeriggio del mio arrivo Lorenza Garbarino di “Radio San Pietro” mi ha incontrata nel mio albergo per un’intervista che sarebbe andata in onda la domenica seguente. Ancora un po’ stordita per il lungo viaggio, ho risposto alle domande dell’intervistatrice, e alla fine mi sono resa conto che la nostra chiacchierata era durata più di un’ora.

Poi finalmente fuori, a respirare l’aria frizzante, ad ammirare il nuovo lungomare orami completato da tempo e ad evitare le buche nell’asfalto che si trovano subito al di fuori della parte nuova. A questo inconveniente stavano però già mettendo rimedio prima della nostra partenza. I carlofortini sono entusiasti di questo gemellaggio ed in realtà due città non potrebbero essere più simili. Carloforte è un’isola, è in mezzo al mare, non ci si passa per caso, bisogna andarci, ma anche Camogli è, a suo modo, un’isola sulla terraferma, tagliata fuori com’è dalla principali vie di comunicazione, per arrivarci bisogna deviare dall’Aurelia e percorrere l’unica strada che la collega con il resto del mondo, anche di qui non si passa per caso. Queste due città, che io ho chiamato cugine nel mio libro, sono unite anche da altre caratteristiche : il dialetto e la tonnara. Il “tabarchino”, parlato da tutti, è ormai diventata une vera e propria lingua conservata gelosamente, un genovese arcaico, con una cadenza particolare che non ha uguali neppure nella città madre che ha dato origine a quella stirpe di pescatori di corallo e di uomini di mare, origini di cui sono orgogliosi e che non dimenticano, tanto da aver accolto con grande entusiasmo e orgoglio la nomina di Carloforte a Comune Onorario della provincia di Genova. Un discorso a parte merita al tonnara, una delle ultime ancora in funzione in Italia, insieme a quella di Camogli, eppure i due impianti sono diversissimi, grande trappola per i giganteschi tonni rossi quella di Carloforte, piccola tonnara quella di Camogli che ormai tonni non ne vede più da molto, molto tempo.

Il giorno seguente al mio arrivo la maestra Margherita Crasto mi ha invitato alla scuola elementare dove ho incontrato gli alunni di due classi della terza, insieme ad un’altra maestra, Mariacarla Siciliano. Due classi numerose con tanti bimbi attenti ai quali ho raccontato la storia di Camogli, della sua evoluzione nel tempo, delle sue avventure sul mare, della sua pesca. Alla fine, i bambini mi hanno cantato una canzone in tabarchino composta dalla maestra Crasto e uno mi si è letteralmente buttato tra le braccia per ringraziarmi a nome di tutti.

Poi è arrivato il giorno fissato per la conferenza ufficiale che dovevo tenere nell’ambito delle manifestazioni per il gemellaggio, sabato 12 Marzo. All’Oratorio ho incontrato l’assessore alla cultura, Sig.ra Elena Luz Castano, che mi aveva già fatto una splendida accoglienza il giorno precedente, e alle 18, ho iniziato a parlare, mentre dietro di me scorrevano le immagini di un CDRom che avevo preparato per l’occasione. La sala non era affollata, ma era anche molto grande e, purtroppo, gelida, comunque mi hanno detto che c’erano almeno trenta persone, il che non è poi male. Alla fine della conferenza il vicepreside del Nautico, Nicolò Capriata, mi ha invitato ad incontrare gli studenti del suo istituto il martedì seguente.

Intanto il clima si era addolcito e Carloforte sorrideva al primo sole primaverile e la gente sciamava per le strade, fino a pochi giorni prima deserte ed io ho potuto anche godermi il sole sugli scogli del Geniò, senza però avere il coraggio di avvicinarmi all’acqua. Poi c’era la mitica esperienza serale dell’incontro con il cibo in uno dei più rinomati ristoranti sul lungomare, ora una frittura, ora un dentice alla griglia, un’altra volta un incontro ravvicinato con una gigantesca zuppa di pesce, una serie di squisitezze diverse ogni sera, accompagnate dal giusto vino e seguite dal classico bicchierino di mirto. Ed era una meraviglia essere quasi sempre soli al ristorante, poter chiacchierare con il proprietario, con i cuochi ed il cameriere, essere coccolati, vezzeggiati.

Così quella che doveva solo essere una vacanza fuori stagione di è trasformata in una piacevole serie di incontri con persone sempre più interessanti ed in sorprese sempre più piacevoli. La cosa che più mi ha colpito è che tutto questo si è svolto senza stress, senza quel correre affannoso che normalmente va di pari passo con una serie di attività ravvicinate, anzi, al contrario, regnava la calma più assoluta, come si conviene alle abitudini “du pàise” dove il tempo hai dei ritmi tutti suoi.

Simone Repetto, della Nuova Sardegna, mi aveva dedicato un paio di articoli sul suo giornale “La Nuova Sardegna”, ma la ciliegina sulla torta è arrivata il venerdì seguente, quando Titino Opisso, conduttore della TV locale “Tele Maristella”, ha organizzato la registrazione di due puntate della trasmissione “Carloforte racconta” richiedendo la mia presenza. Queste sono state effettuate presso il Museo di Carloforte, quel piccolo gioiello, custodito con amore ed alloggiato nella più antica costruzione della città, il castello, o meglio, il posto di guardia, che risale ai tempi del primo insediamento dei Carlofortini. Qui si erano riuniti il vecchio Rais della tonnara Antonio Rivano, il Presidente del Museo Luigi Pellerano e l’Assessore alla Cultura Elena Castano e, dopo alcune parole di saluto e di introduzione, ci siamo avvicinai al modello delle tonnara, che si trova in una sala del Museo, dove io ed il Rais ci siamo divertiti a raccontarci le differenze tra le nostre tonnare, le diverse tipologie di pesca, le diverse terminologie, i diversi rituali, insomma, tutto quello che differenzia la tonnara di Carloforte da quella di Camogli e devo confessare che in qualche momento mi sono sentita un po’ intimidita di fronte a quell’uomo che aveva acquisito la sua grande esperienza lottando faccia a faccia con i più grandi tonni del Mediterraneo.

E anche il giorno della partenza doveva arrivare, un’esperienza sempre triste che mi trovo a rivivere ogni volta che lascio questo paradiso. Ero arrivata d’inverno e ripartivo in primavera, ed il tutto era durato solo dieci giorni, ma era stato un periodo intenso, pieno di cose nuove, ben diverso dalla solita vacanza estiva dove il protagonista è il mare, qui i protagonisti erano stati la città ed i suoi abitanti e per la prima volta partivo felice, io amo vivere esperienze diverse, conoscere cose nuove e questa volta avevo raggiunto in pieno il mio obbiettivo.

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